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martedì 25 ottobre 2016

Il libro di Sabbia, Jorge Luis Borges

Il libro di sabbia
…thy  rope of sands…
George Herbert (1593‑1623)

La linea è costituita da un numero infinito di punti; il piano, da un numero infinito di linee; il volume, da un numero infinito di piani; l'ipervolume, da un numero infinito di volumi... No, decisamente non è questo, more geometrico, il modo migliore di iniziare il mio racconto. Affermare che sia veridico è oggi una convenzione di ogni racconto fantastico; il mio, tuttavia, è veridico.
Abito da solo, al quarto piano di un edificio di via Belgrano. Qualche mese fa, verso l’imbrunire, sentii bussare alla porta. Aprii ed entrò uno sconosciuto. Era un uomo alto, dai tratti confusi. Forse li vide così )a mia miopia. Tutto il suo aspetto rivelava una povertà decorosa. Era vestito di grigio e aveva in mano una valigia grigia. Sentii subito che era straniero. All'inizio mi sembrò vecchio; dopo mi accorsi che ero stato ingannato dai suoi scarsi capelli biondi, quasi bianchi, alla maniera scandinava. Nel corso della nostra conversazione, che sarebbe durata meno di un'ora, venni a sapere che proveniva dalle Orcadi.
L'invitai a sedersi. L'uomo rimase in silenzio per qualche istante. Esalava malinconia, come me adesso.
« Vendo bibbie » mi disse.
Non senza pedanteria gli risposi:
« In questa casa ci sono alcune bibbie inglesi, inclusa la prima, quella di John Wiclif. Ho anche quella di Cipriano de Valera, quella di Lutero, che dal punto di vista letterario è la peggiore, e una copia della Vulgata latina. Come lei può vedere, non sono proprio le bibbie quel che mi manca. »
Ci fu un silenzio e poi mi rispose:
« Non vendo soltanto bibbie, Posso farle vedere un libro sacro che forse le interesserà. L'ho acquistato ai confini di Bikaner. »
Aprì la valigia e lo posò sopra il tavolo. Era un volume in ottavo, rilegato in tela. Senza dubbio era passato per molte mani. Lo esaminai; il suo insolito peso mi meravigliò. Sul dorso c'era scritto Holy Writ, e sotto Bombay.
« Sarà del diciannovesimo secolo » osservai.
« Non lo so. Non l'ho mai saputo » rispose.
Lo aprii a caso. La scrittura mi era sconosciuta. Le pagine, che mi sembrarono consumate e di tipografia scadente, erano stampate su due colonne alla maniera di una bibbia. Il testo era fitto ed era ordinato in versetti. Sugli angoli superiori delle pagine c'erano numeri arabi. Mi colpì che la pagina pari portasse il numero (mettiamo) 40.514 e la seguente pagina dispari il numero 999. La voltai; l'altro lato aveva un numero di otto cifre. Vi era una piccola illustrazione, come si vede spesso nei dizionari: un'ancora disegnata a penna, come dalla mano maldestra di un bambino.
Fu allora che lo sconosciuto mi disse:
« La guardi bene. Non la vedrà mai più. »
C'era una minaccia nell'affermazione, ma non nella voce. Chiusi il volume osservando in che punto lo avevo aperto. Subito dopo lo riaprii. Inutilmente cercai la figura dell'ancora. Per nascondere la mia perplessità, gli dissi:
« Si tratta di una versione delle Scritture in qualche lingua indostanica, non è vero? »
« No » mi replicò.
Poi abbassò la voce come per confidarmi un segreto:
« L'ho acquistato in un villaggio della pianura, in cambio di qualche rupia e della Bibbia. Colui che lo possedeva non sapeva leggere. Ho l'impressione che abbia visto il Libro dei Libri come un amuleto. Apparteneva alla casta più bassa; nessuno poteva calpestare la sua ombra senza contaminarsi. »
Mi disse che il suo libro si chiamava il Libro di Sabbia,. perché quel libro e la sabbia non hanno né principio né fine.
Mi disse di cercare la prima pagina.
Con la mano sinistra sopra il frontespizio, cercai la prima pagina con il pollice quasi incollato all'indice. Tutto fu inutile: tra il frontespizio e la mano si interponevano sempre nuovi fogli. Era come se sorgessero dal libro.
« Adesso cerchi la fine. »
Fallii di nuovo; riuscii appena a balbettare con una voce che non era la mia:
« Non è possibile. »
Sempre sottovoce, il venditore di bibbie mi disse:
« Non è possibile, ma è. Il numero di pagine di questo libro è esattamente infinito. Nessuna è la prima, nessuna è l'ultima. Non so perché siano numerate in questo modo arbitrario. Forse per suggerire che i termini di una serie infinita ammettono qualsiasi numero. »
Poi, Come se pensasse a voce alta:
« Se lo spazio è infinito, noi siamo in qualsiasi punto dello spazio, Se il tempo è infinito, siamo in qualsiasi punto del tempo. »
Le sue considerazioni mi irritarono. Gli domandai:
« Lei è religioso, non è vero? »
« Sì, sono presbiteriano. La mia coscienza è limpida. Sono sicuro di non avere imbrogliato l'indigeno quando gli diedi la Parola del Signore in cambio del suo libro diabolico. »
Gli assicurai che rio, aveva nulla da rimproverarsi, e gli domandai se era di passaggio in questa città, mi rispose che di lì a pochi giorni pensava di ritornare in Patria. Fu allora che seppi che era scozzese, delle isole Orcadi. Gli dissi che io la Scozia l'amavo personalmente per via di Stevenson e di Hume.
« E di Robbie Burns » corresse.
Mentre parlavamo io continuavo a esplorare il libro infinito. Con finta indifferenza gli domandai:
« Lei si propone di offrire questo bizzarro esemplare al Museo Britannico? »
« No. Lo offro a lei » mi replicò, e fissò una somma elevata.
Gli risposi, con tutta verità, che quella somma era inaccessibile per me e rimasi a pensare. Dopo qualche minuto avevo già ordito il mio piano.
« Le propongo uno scambio » gli dissi. « Lei ha ottenuto questo volume per qualche rupia e per le Sacre Scritture; io le offro l'ammontare della mia liquidazione che ho appena riscosso, e la Bibbia di Wiclif in caratteri gotici. L'ho ereditata dai miei genitori. »
« A black letter Wiclif! » mormorò.
Andai nella mia stanza da letto a prendere il denaro e il libro. Sfogliò le pagine e studiò la copertina con fervore di bibliofilo.
« Affare fatto » mi disse.
Mi meravigliai che non mercanteggiasse. Soltanto dopo avrei capito che era entrato in casa mia deciso a vendere il libro. Non contò le banconote, e le mise in tasca.
Parlammo dell'India, delle Orcadi e degli jarls norvegesi che le governarono. Era già notte quando l'uomo se ne andò. Non l'ho più rivisto e non so nemmeno suo nome.
Pensai di mettere il Libro di Sabbia nello spazio vuoto lasciato dal Wiclif, ma alla fine decisi di nasconderlo dietro alcuni volumi delle Mille e Una Notte.
Andai a letto e non dormii. Verso le tre o le quattro del mattino accesi la luce. Andai a prendere il libro impossibile e lo sfogliai. Su una pagina vidi stampata una maschera. In un angolo c'era un numero, non so più quale, elevato alla nona potenza.
Non feci vedere a nessuno il mio tesoro. Alla gioia di possederlo si aggiunse il timore che lo rubassero, e poi il sospetto che non fosse veramente infinito. Queste due inquietudini aggravarono la mia ormai antica misantropia. Mi erano rimasti alcuni amici; smisi di vederli. Prigioniero del Libro, non uscivo quasi più di casa. Esaminai con una lente il dorso logoro e le copertine, ed esclusi la possibilità di un trucco, Scopri che le piccole illustrazioni erano distanti duemila pagine l'una dall'altra. Incominciai a registrarle su un taccuino alfabetico, che in poco tempo riempii. Non si ripeterono mai. Di notte, durante i brevi intervalli che mi concedeva l'insonnia, sognavo il libro.
Verso la fine dell'estate capii che il libro era mostruoso. A nulla valse considerare che non meno mostruoso ero io, che lo percepivo con occhi e lo palpavo con dieci dita provviste di unghie. Sentii che era un oggetto da incubo, una cosa oscena che infamava e corrompeva la realtà.
Pensai al fuoco, ma ebbi paura che la combustione di un libro infinito fosse altrettanto infinita e soffocasse con il fumo il pianeta.
Ricordai di avere letto che il luogo migliore per nascondere una foglia è un bosco. Prima di andare in pensione lavoravo nella Biblioteca Nazionale, che conserva novecentomila libri; so che a destra del vestibolo una scala curva si immerge nello scantinato, dove si trovano i periodici e le carte geografiche. Approfitti di una distrazione degli impiegati per perdere il Libro di Sabbia in uno di quegli umidi scaffali. Cercai di non osservare né a che altezza né a che distanza dalla porta.
Provo un po' di sollievo, ma non voglio nemmeno passare per via México.

Jorge Luis Borges. 1975

lunedì 8 settembre 2014

Cannibalismo d'autunno, Salvador Dalì, 1937

 
Dipinto poco dopo l'inizio della guerra civile spagnola, raffigura una coppia avvolta in un abbraccio cannibale.   La mela in equilibrio sulla testa della figura maschile è simboleggia il conflitto tra i connazionali, tramite la leggenda di Guglielmo Tell, nella quale un padre è costretto a tirare una freccia verso suo figlio.

martedì 19 giugno 2012

Il Carnevale di Arlecchino, Joan Mirò, 1925


Oil on Canvas, 66x90,5, Albright-Knox Art Gallery, Buffalo , USA

Mirò Compose questo quadro prima che Breton scrisse il "manifesto surrealista",
ma applica già la tecnica surrealista dell'automatismo psichico, che prevede di mettere a dura prova il corpo per permettere all'immaginazione di perdersi in visioni fantastiche e surreali.
Lo scopo dell'artista in questo quadro è proprio rappresentare una delle sue visioni.
Si riconosce qualche elemento della realtà (un gatto, un tavolo, un pesce, una scala).
Dalla finestra un triangolo nero che emerge simboleggia la Torre Eiffel;
un cerchio verde trafitto da una freccia sottile, posto su un tavolo, sta a indicare un mappamondo,
ma questi non sono altro che elementi della realtà che si trasformano dando origine alla visione.
Tutti gli oggetti sono fluttuanti, quasi come se fossero inventati.
Popolano questo ampio spazio come se fossero fantasmi.
L'autore non rappresenta più, come nel precedente "la Fattoria" del 1921, (vedere post precedente)
 la realtà visibile, ma quella del suo inconscio.
Compare ancora una volta la scala a pioli, ricorrente nelle opere di Mirò.
La scala rappresenta un trampolino di lancio che parte dalla realtà e va oltre: è la fantasia, il surreale.

sabato 16 giugno 2012

La fattoria, Joan Mirò, 1921


La fattoria è un dipinto ad olio su tela eseguito tra il 1921 ed il 1922 e misura 123.8x141.3cm
è conservato alla National Gallery of Art di Whashington, ricevuto in donazione da
Mary Welsh Hemingway, L'opera è nota anche con il titolo Montroig: la fattoria.
Risale al periodo giovanile dell'artista ed il soggetto pittorico si basa sui propri ricordi dell'infanzia:
il luogo rappresentato è, infatti, la fattoria di famiglia a Mont-Roig del Camp in Catalogna.
Nel quadro, dipinto a Parigi, non si riscontrano ancora i segni del surrealismo e dell'astrattismo che caratterizzeranno l'opera successiva di Mirò: c'è, al contrario, una spinta verso la descrizione realistica e minuziosa, tratteggiata in stile naif.
Il rapporto tra gli elementi figurativi è scandito dalla presenza, al centro della tela, dell'albero di eucalipto, che divide la stalla dall'aia. La prospettiva non viene rispettata matematicamente: mentre l'interno del fienile è visto dal basso, l'aiuola è ripresa dall'alto. Tra i minuziosi dettagli si possono notare una chiocciola nel terreno, la grezza copertura delle mura della stalla, una donna in lontananza che lava i panni e vari attrezzi di lavoro ed animali.

sabato 19 maggio 2012

Tigri, Salvador Dalì, 1944


Rêve causé par le vol d'une abeille autour d'une pomme-grenade, une seconde avant l'éveil
51x41cm - Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid

venerdì 18 maggio 2012

Tlon, Uqbar, Orbis Tertius

TLON, UQBAR, ORBIS TERTIUS

Debbo la scoperta di Uqbar alla congiunzione di uno specchio e di un'enciclopedia. Lo specchio inquietava il fondo d'un corridoio in una villa di via Gaona, a Ramos Mejìa; l'enciclopedia s'intitola ingannevolmente The Anglo-American Cyclopaedia (New York 1917), ed è una ristampa non meno letterale che noiosa dell'Encyclopaedia Britannica del 1902. Il fatto accadde un cinque anni fa. Bioy Casares, che quella sera aveva cenato da noi, stava parlando d'un suo progetto di romanzo in prima persona, in cui il narratore, omettendo o deformando alcuni fatti, sarebbe incorso in varie contraddizioni, che avrebbero permesso ad alcuni lettori - a pochissimi lettori - di indovinare una realtà atroce o banale. Dal fondo remoto del corridoio lo specchio ci spiava. Scoprimmo (a notte alta questa scoperta è inevitabile) che gli specchi hanno qualcosa di mostruoso. Bioy Casares ricordò allora che uno degli eresiarchi di Uqbar aveva giudicato che gli specchi e la copula sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini. Interrogato sull'origine di questo detto memorabile, rispose che The Anglo-American Cyclopaedia lo registrava nell'articolo su Uqbar. Nella villa (che avevamo presa in affitto ammobiliata) c'era un esemplare di quest'opera. Nelle ultime pagine del volume XLVI trovammo un articolo su Upsala; nelle prime del XLVII, uno su UraI-Altaic Languages; ma nemmeno una parola su Uqbar. Bioy, tra deluso e stupito, interrogò i tomi dell'indice; provò invano tutte le lezioni possibili: Ukbar, Ucbar, Ooqbar, Qokbar, Oukbahr... Prima di andarsene, mi disse che si trattava di una regione dell'Irak, o dell'Asia Minore. Confesso che assentii con un certo imbarazzo. Congetturai che quel paese non documentato, quell'eresiarca anonimo, fossero una finzione improvvisata dalla modestia di Bioy per giustificare una frase. L'esame, affatto sterile, d'uno degli atlanti di Justus Perthes, mi confermò in questo dubbio.
Il giorno dopo, Bioy mi chiamò da Buenos Aires. Mi disse che aveva sott'occhio l'articolo su Uqbar, nel volume XLVI dell'Encyclopaedia. Il nome dell'eresiarca non c'era, ma c'era bene notizia della sua dottrina, e in parole quasi identiche a quelle citate da lui, sebbene - forse - letterariamente inferiori. Lui aveva citato, a memoria: "Copulation and mirrors are abominable ".Il testo dell'Encyclopaedia diceva: "Per uno di questi gnostici l'universo visibile è illusione, o - più precisamente - sofisma; gli specchi e la paternità sono abominevoli (mirrors and fatherhood are abominable) perché lo moltiplicano e lo divulgano". Gli dissi, senza mancare alla verità, che mi sarebbe piaciuto di vedere codesto articolo. Pochi giorni dopo me lo portò. Il che mi sorprese, perché gli scrupolosi indici cartografici della Erdkunde di Ritter ignorano completamente l'esistenza di Uqbar.
Il volume portato da Bioy era effettivamente il XLVI dell'Anglo-American Cyclopaedia. L'indicazione alfabetica sul frontespizio e sulla costola era la stessa che nel nostro esemplare (Tor-Ups), ma il volume, invece che di 917 pagine, era di 921. Queste quattro pagine supplementari contenevano l'articolo su Uqbar: non previsto (come il lettore avrà notato) dall'indicazione alfabetica. Accertammo poi che tra i due volumi non c'era, a parte questa, altra differenza; entrambi (come credo di aver indicato) erano ristampe della decima Encyclopaedia Britannica. Bioy aveva comprato il suo esemplare in una qualsiasi vendita all'asta.
Leggemmo l'articolo con una certa attenzione. Il solo passo sorprendente era quello citato da Bioy; il resto pareva molto verosimile, molto conforme all'intonazione generale dell'opera e (com'è naturale) un po' noioso. Rileggendolo, scoprimmo sotto la sua rigorosa scrittura una fondamentale indeterminatezza. Dei quattordici nomi della sezione geografica ne riconoscemmo solo tre (Khorassan, Armenia, Erzerum), interpolati nel testo in modo ambiguo; dei nomi storici, uno solo: quello dell'impostore Esmerdi il Mago, che però era citato solo per confronto. L'articolo sembrava precisare le frontiere di Uqbar, ma i suoi nebulosi luoghi di riferimento erano fiumi, crateri e montagne di quello stesso paese. Leggemmo, per esempio, che il confine meridionale è formato dai bassopiani di Tsai Chaldun e dal delta dell'Axa, e che nelle isole di questo delta abbondano i cavalli selvatici. Questo, al principio della pagina 918. Dalla sezione storica (pagina 920) apprendemmo che, in seguito alle persecuzioni religiose del XIII secolo, gli ortodossi cercarono rifugio in quelle isole, dove s'innalzano ancora i loro obelischi e dove non è raro, scavando, di ritrovare i loro specchi di pietra. La sezione "Lingua e Letteratura", assai breve, conteneva un solo luogo notabile, in cui si diceva che la letteratura di Uqbar era di carattere fantastico, e che le sue epopee come le sue leggende non si riferivano mai alla realtà, ma alle due regioni immaginarie di Mlejnas e di Tlön... La bibliografia comprendeva quattro volumi che finora non c'è riuscito di trovare, sebbene il terzo - Silas Haslam, History of the Land Called Uqbar, 1874 - figuri nei cataloghi di libreria di Bernard Quaritch.* Il primo, Lesbare und lesenswerthe Bemerkungen über das Land Ukkbar in Klein - Asien, avrebbe la data del 1641 e sarebbe opera di Johannes Valentinus Andreä. La cosa è significativa: un paio d'anni dopo ritrovai inaspettatamente questo nome in certe pagine di De Quincey (Writings, volume XIII), e seppi che era quello di un teologo tedesco il quale, al principio del secolo XVII, descrisse la comunità immaginaria della Rosacroce; comunità che altri, poi, fondò realmente sull'esempio di ciò che colui aveva immaginato.
Quella stessa sera fummo alla Biblioteca Nazionale; ma invano disturbammo atlanti, cataloghi, annuari di società geografiche, memorie di viaggiatori e di storici. Nessuno era mai stato a Uqbar. Neppure l'indice generale dell'enciclopedia di Bioy registrava questo nome. Il giorno dopo, Carlos Mastronardi (cui avevo riferito il caso) adocchiò in una libreria le costole in nero e oro della Anglo-American Cyclopaedia. Entrò e consultò il volume XLVI. Naturalmente, non trovò la minima traccia di Uqbar.
II
All 'Hotel de Adrogué, tra i caprifogli effusivi e il fondo illusorio degli specchi, sussiste ancora un qualche ricordo limitato e decrescente di Herbert Ashe, ingegnere dei Ferrocarriles del Sur. In vita, come tanti inglesi, aveva patito d'irrealtà; morto, non è nemmeno più il fantasma che era stato. Alto, disincantato, la sua stanca barba rettangolare era stata rossa. Pare che fosse vedovo, senza figli. Ogni anno o due andava in Inghilterra: per visitare (a quanto giudico da fotografie che ci mostrò) una meridiana e alcuni roveri. Mio padre aveva stretto con lui (ma il verbo è eccessivo) una di quelle amicizie inglesi che cominciano con l'escludere la confidenza e prestissimo omettono la conversazione; solevano scambiarsi libri e periodici; solevano affrontarsi, taciturnamente, agli scacchi... Lo ricordo nell'atrio dell'albergo, con un libro di matematica in mano. guardando a volte i colori irrecuperabili del cielo. Una sera, stavamo parlando del sistema di numerazione duodecimale (in cui il dodici si scrive dieci); Ashe mi disse che stava traducendo non so che tavole duodecimali in tavole sessagesimali (in cui sessanta si scrive dieci). Aggiunse che questo lavoro gli era stato affidato da un norvegese a Rio Grande do Sul. Otto anni che lo conoscevamo, e non ci aveva mai detto di essere stato laggiù... Parlammo di vita pastorale, di capangas, dell'etimologia brasiliana della parola gaucho (che alcuni vecchi dell'est pronunciano ancora gaúcho), e non fu più questione - Dio mi perdoni - di funzioni duodecimali. Nel settembre 1937 (noi non eravamo in albergo), Herbert Ashe morì della rottura di un aneurisma. Giorni prima aveva ricevuto dal Brasile un pacchetto sigillato e raccomandato. Era un libro in ottavo grande. Ashe l'aveva lasciato al bar, dove - mesi dopo - lo ritrovai. Mi misi a sfogliarlo e provai una vertigine stupita e leggera, che non descriverò, perché questa non è la storia delle mie emozioni ma la storia di Uqbar, di Tlön e dell'Orbis Tertius. In una notte dell'Islam che chiamano la Notte delle Notti, si spalancano le porte del cielo e l'acqua si fa più dolce nelle brocche; se queste porte, allora, si fossero aperte, non avrei provato quello che provai. Il libro era scritto in inglese ed era di 1001 pagine. Sulla gialla sua costola di cuoio lessi queste parole, che il frontespizio ripeteva: A First Encyclopaedia of Tlön. Vol. XI. Hlaer to Jangr. Non v'era data né luogo di pubblicazione. La prima pagina, e la velina d'una delle tavole, portavano un timbro ovale, turchino, con questa iscrizione: Orbis Tertius. Due anni prima, nelle pagine d'una enciclopedia plagiaria, avevo scoperto la sommaria descrizione d'un falso paese; ora il caso mi recava qualcosa di più prezioso e più arduo. Avevo tra mano, ora, un frammento vasto e metodico della Storia totale d'un pianeta sconosciuto, con le sue architetture e le sue guerre, col terrore delle sue mitologie e il rumore delle sue lingue, con i suoi imperatori e i suoi mari, con i suoi minerali e i suoi uccelli e i suoi pesci, con la sua algebra e il suo fuoco, con le sue controversie teologiche e metafisiche. E tutto ciò articolato, coerente, senza visibile intenzione dottrinale o parodica.
L'"undicesimo volume" di cui parlo contiene riferimenti a volumi precedenti e successivi. Néstor Ibarra in un articolo già classico della "N. R. F.", nega l'esistenza di questi volumi; Ezequiel Martínez Estrada e Drieu La Rochelle hanno confutato, forse vittoriosamente, questo dubbio. Ma il fatto è che, finora, le ricerche più diligenti sono rimaste senza risultato. Invano abbiamo scompigliato le biblioteche delle due Americhe e d'Europa. Alfonso Reyes, stanco di queste fatiche subalterne e poliziesche, propone che noi si intraprenda in comune l'opera di ricostruire i molti e massicci volumi che mancano: ex ungue leonem. Calcola un po' sul serio, un po' per scherzo, che una generazione di tlönisti potrebbe bastare. Questo calcolo arrischiato ci riporta al problema fondamentale: chi furono gli inventori di Tlön? Il plurale è inevitabile, perché l'ipotesi d'un solo inventore - d'un infinito Leibniz operante nelle tenebre e nella modestia - è stata scartata all'unanimità. Si pensa che questo brave new world sia opera d'una società segreta di astronomi, di biologi, di ingegneri, di metafisici, di poeti, di chimici, di moralisti, di pittori, di geometri... sotto la direzione di un oscuro uomo di genio. Abbondano, infatti, gli individui che dominano queste diverse discipline, ma non quelli capaci di invenzione, e ancor meno quelli capaci di subordinare l'invenzione a un piano rigoroso e sistematico com'è il piano di Tlön. Questo piano è così vasto che il contributo di ciascuno scrittore dev'essere stato infinitesimale. Al principio si credette che Tlön fosse un puro caos, una irresponsabile licenza dell'immaginazione; si sa ora che è un cosmo, e le intime leggi che lo reggono sono state formulate, anche se in modo provvisorio. Mi basti ricordare che nelle contraddizioni apparenti dell'"undicesimo volume" s'è scorta la prova fondamentale che gli altri volumi esistono: tanto è lucido e giusto l'ordine in esso seguito. Le riviste popolari hanno divulgato, con perdonabile eccesso, la zoologia e la topografia di Tlön; io penso che le sue tigri trasparenti e le sue torri di sangue non meritino, forse, la continua attenzione di tutti gli uomini. Ma mi arrischio a spendere qualche minuto sulla sua concezione dell'universo.
Hume, una volta per tutte, osservò che gli argomenti di Berkeley non ammettono la minima replica e non infondono la minima convinzione. Questo giudizio è verissimo sulla terra, falsissimo su Tlön. Le nazioni di questo pianeta sono - congenitamente - idealiste; il loro linguaggio e le derivazioni del loro linguaggio - religione, letteratura, metafisica - presuppongono l'idealismo. Il mondo, per coloro, non è un concorso di oggetti nello spazio; è una serie eterogenea di atti indipendenti; è successivo, temporale, non spaziale. Nella congetturale Ursprache di Tlön, da cui procedono gli idiomi e i dialetti "attuali", non esistono sostantivi; esistono verbi impersonali, qualificati da suffissi (o prefissi) monosillabici con valore avverbiale. Per esempio: non c'è una parola che corrisponda alla nostra parola luna, ma c'è un verbo che sarebbe da noi luneggiare o allunare. Sorse la luna sul fiume si dice hlör u fang axaxaxas mlö, cioè, nell'ordine: verso su (upward) dietro semprefluire luneggiò. (Xul Solar traduce brevemente: hop, dietro perscorrere allunò, Upward, bebjnd the onstreaming, it mooned).L'anzidetto si riferisce agli idiomi dell'emisfero australe. In quelli dell'emisfero boreale (sulla cui Ursprache l'undicesimo volume dà pochissime indicazioni) la cellula primordiale non è il verbo, ma l'aggettivo monosillabico. Il sostantivo si forma per accumulazione di aggettivi. Non si dice luna: si dice aereo-chiaro sopra scuro-rotondo, o aranciato-tenue-dell'altoceleste, o qualsiasi altro aggregato. In questo caso particolare, la massa degli aggettivi corrisponde a un oggetto reale; ma si tratta, appunto, di un caso particolare. Nella letteratura di questo emisfero (come nell'universo sussistente di Meinong) abbondano gli oggetti ideali, convocati e disciolti in un istante secondo le necessità poetiche. Determina questi oggetti, a volte, la mera simultaneità: alcuni si compongono di due termini, uno di carattere visivo e uno di carattere uditivo: il colore del giorno nascente e il grido remoto d'un uccello; altri di più termini: il sole e l'acqua contro il petto del nuotatore, il vago rosa tremulo che si vede con gli occhi chiusi, la sensazione di chi si lascia portare da un fiume e, nello stesso tempo, dal sogno. Questi oggetti di secondo grado possono combinarsi con altri; il processo. grazie a certe abbreviazioni, è praticamente infinito. Vi sono poemi famosi composti d'una sola enorme parola. Questa parola corrisponde a un solo oggetto, l'oggetto poetico creato dall'autore. Dal fatto che nessuno crede alla realtà dei sostantivi nasce, paradossalmente, che il numero di questi ultimi è interminabile. Gli idiomi dell'emisfero boreale di Tlön possiedono tutti i numeri delle lingue indo-europee, e molti altri.
Non è esagerato affermare che la cultura classica di Tlön comprende una sola disciplina: la psicologia. Le altre, le sono subordinate. Ho già detto che gli abitanti di questo pianeta concepiscono l'universo come una serie di processi mentali, che non si svolgono nello spazio, ma successivamente, nel tempo. Spinoza attribuisce alla sua inesauribile divinità i modi del pensiero e dell'estensione; su Tlön, nessuno comprenderebbe la giustapposizione del secondo (che caratterizza solo alcuni stati) e del primo, che è un sinonimo perfetto del cosmo. In altre parole: non concepiscono che lo spaziale perduri nel tempo. La percezione di una fumata all'orizzonte, e poi della campagna incendiata, e poi della sigaretta mal spenta che provocò l'incendio, è considerata un esempio di associazione di idee.
Questo monismo o idealismo totale invalida la scienza. Spiegare (o giudicare) un fatto, è unirlo a un altro fatto; ma quest'unione, su Tlön, corrisponde a uno stato posteriore del soggetto, e non s'applica allo stato anteriore, dunque non lo illumina. Ogni stato mentale è irreducibile: il solo fatto di nominarlo - id est, di classificarlo - comporta una falsificazione. Da ciò, sembrerebbe potersi dedurre che su Tlön non si dànno scienze, ne ragionamenti di sorta. La verità, paradossale, è che le scienze colà esistono, e in numero quasi sterminato. Delle filosofie, nell'emisfero boreale, accade ciò che nell'emisfero australe accade dei sostantivi: il fatto che ogni filosofia non possa essere, in partenza, che un gioco dialettico, una Philosophie des Als Ob, ha contribuito a moltiplicarle. Abbondano i sistemi incredibili, ma di architettura gradevole o di carattere sensazionale. I metafisici di Tlön non cercano la verità, e neppure la verosimiglianza, ma la sorpresa. Giudicano la metafisica un ramo della letteratura fantastica. Sanno che un sistema non è altro che la subordinazione di tutti gli aspetti dell'universo a uno qualsiasi degli aspetti stessi. Ma persino l'espressione "tutti gli aspetti" è confutabile, poiché si fonda su un'impossibile addizione dell'istante presente ai passati; e questo stesso plurale, "i passati", è illecito, perché suppone un'altra operazione impossibile... Una delle scuole di Tlön nega perfino il tempo: argomenta che il presente è indefinito, che il futuro non ha realtà che come speranza presente.* Un'altra scuola afferma che il tempo è già tutto trascorso, e che la nostra vita è appena il ricordo o riflesso crepuscolare, e senza dubbio falsato e mutilato, di un processo irrecuperabile. Un'altra, che la storia dell'universo - e in esso le nostre vite, i più tenui particolari delle nostre vite - è la scrittura che produce un dio subalterno per intendersi con un demonio. Un'altra, che l'universo è paragonabile a quelle crittografie in cui non tutti i segni hanno un valore, e che solo è vero ciò che accade ogni trecento notti. Un'altra ancora, che mentre dormiamo qui, stiamo svegli dall'altra parte, e che dunque ogni uomo è due uomini.
Tra le dottrine di Tlön, nessuna ha sollevato tanto scandalo come il materialismo. Alcuni pensatori ne hanno dato una formulazione, ma in termini più fervidi che chiari, come chi sa di proporre un paradosso. Per facilitare l'intendimento di una tesi così inconcepibile, un eresiarca del secolo XI* escogitò il sofisma delle nove monete di rame, la cui scandalosa rinomanza equivale, su Tlön, a quella delle aporie eleatiche. Di questo "ragionamento specioso" si hanno molte versioni, che differiscono quanto al numero delle monete o a quello dei ritrovamenti; ecco la più comune:
Il martedì, X, tornando a casa per un sentiero deserto, perde nove monete di rame. Il giovedì, Y trova sul sentiero quattro monete, un poco arrugginite per la pioggia del mercoledì. Il venerdì, Z scopre tre monete sullo stesso sentiero e lo stesso venerdì, di mattina, X ne ritrova due sulla soglia di casa sua.
Da questa storia l'eresiarca pretendeva dedurre la realtà - cioè la continuità - delle nove monete recuperate.
E' assurdo (affermava) immaginare che quattro delle monete non siano esistite dal martedì al giovedì, tre dal martedì al venerdì pomeriggio, e due dal martedì al venerdì mattina. E' logico pensare che esse siano esistite - anche se in un certo modo segreto, di comprensione vietata agli uomini - in tutti i momenti di questi tre periodi.
Il linguaggio di Tlön si prestava male alla formulazione di questo paradosso; i più non lo compresero. I difensori del senso comune si limitarono, al principio, a negare la veracità della storia. Ripeterono che si trattava di un inganno verbale, fondato sull'impiego temerario di due voci neologiche, non consacrate dall'uso ed estranee ad ogni pensare severo: i verbi trovare e perdere, che comportavano, qui, una petizione di principio, poiché supponevano l'identità delle prime nove monete e delle seconde. Rammentarono che ogni sostantivo (uomo, moneta, giovedì, mercoledì, pioggia) non ha che un valore metaforico. Denunciarono la perfida circostanza di quell'"un poco arrugginite per la pioggia del mercoledì", che presuppone ciò che si tratta di dimostrare: la persistenza delle quattro monete tra il martedì e il giovedì. Osservarono che altro è uguaglianza, altro identità; e prospettarono, in guisa di reductio ad absurdum, il caso ipotetico di nove uomini che in nove notti successive provano un vivo dolore. Non sarebbe assurdo - chiesero - pretendere che questo dolore sia lo stesso?* Aggiunsero che l'eresiarca era stato mosso unicamente dal proposito blasfemo di attribuire la divina categoria dell'essere ad alcune semplici monete; e rilevarono che colui a volte negava la pluralità, altre no. Se l'uguaglianza comporta identità - argomentarono - bisognerebbe anche ammettere che le nove monete sono una moneta sola.
Incredibilmente, questi argomenti non riuscirono a una confutazione definitiva. A cento anni dall'enunciazione del problema, un pensatore non meno brillante dell'eresiarca, ma di tradizione ortodossa, formulò un'ipotesi molto audace. Secondo questa felice congettura, v'è un solo soggetto: questo soggetto indivisibile è ciascuno degli esseri dell'universo, i quali sono organi e maschere della divinità. X è Y ed è Z. Z scopre tre monete perché ricorda che X le ha perdute; X ne trova due sulla soglia perché ricorda che le altre sono state recuperate... L'undicesimo tomo lascia capire che la vittoria completa di questo panteismo idealista si dovette a tre ragioni fondamentali: primo, il ripudio del solipsismo; secondo, la possibilità di conservare la base psicologica delle scienze; terzo, la possibilItà dl conservare il culto degli dèi. Schopenhauer (l'appassionato e lucido Schopenhauer) formula una dottrina molto simile nel primo volume dei Parerga und Paralipomena.
La geometria di Tlön comprende due discipline abbastanza distinte: la visuale e la tattile. La seconda corrisponde alla nostra, ed è subordinata alla prima. La base della geometria visiva è la superficie, non il punto. Questa geometria ignora le parallele e dichiara che l'uomo che si sposta modifica le forme che lo circondano. Base di quell'aritmetica è la nozione di numero indefinito. Accentuano l'importanza dei concetti di maggiore e minore, che i nostri matematici simboleggiano con > e <. Affermano che l'operazione del contare modifica le quantità e le trasforma da indefinite in definite. Il fatto che vari individui, i quali calcolino una stessa quantità, giungano a risultati eguali, è per gli psicologi un esempio di associazione di idee o di buon esercizio della memoria. Sappiamo già, infatti, che in Tlön il soggetto della conoscenza è unico ed eterno.
L'idea del soggetto unico informa anche, completamente, gli abiti letterari. E' raro che i libri siano firmati. La nozione dl plagio non esiste: s'è stabilito che tutte le opere sono opere d'un solo autore, atemporale e anonimo. La critica suole inventare autori: sceglie due opere dissimili - il Tao Te King e Le Mille e una notte, diciamo, - le attribuisce a uno stesso scrittore, e passa subito a determinare, con diligenza, la psicologia di questo interessante homme de lettres...
Non meno indifferenziati sono i libri. Quelli di narrativa hanno tutti lo stesso argomento, con tutte le permutazioni immaginabili. Quelli di carattere filosofico contengono invariabilmente la tesi e l'antitesi, il rigoroso pro e contra di ciascuna dottrina. Un libro che non includa il suo antilibro è considerato incompleto.
Secoli e secoli di idealismo non hanno mancato di influire sulla realtà. Non è infrequente, nelle regioni più antiche di Tlön, la duplicazione degli oggetti perduti. Due persone cercano una matita; la prima la trova, e non dice nulla; la seconda trova una seconda matita, non meno reale, ma meno attagliata alla sua aspettativa. Questi oggetti secondari si chiamano hrönir, e sono, sebbene di forma sgraziata, un poco più lunghi. Fino a non molto tempo fa, i hrönir furono creature casuali della dimenticanza e della distrazione. Alla loro produzione metodica - sembra impossibile, ma così afferma l'"undicesimo volume" - non s'è giunti che da cento anni. I primi tentativi furono sterili. Il modus operandi merita d'essere ricordato. Il direttore di una delle carceri dello stato comunicò ai detenuti che nell'antico letto d'un fiume v'erano certi sepolcri, e promise la libertà a chi facesse un ritrovamento importante. Durante i mesi che precedettero gli scavi, furono mostrate ai detenuti fotografie di ciò che dovevano ritrovare. Questo primo tentativo mostrò che la speranza e l'avidità possono costituire una inibizione; in una settimana di lavoro con la pala e con il piccone, non si riuscì ad esumare altro hrönir che una ruota arrugginita, di data anteriore all'esperimento. La cosa fu mantenuta segreta e fu poi ripetuta in quattro istituti di educazione. In tre, l'insuccesso fu quasi completo; nel quarto il cui direttore morì casualmente durante i primi scavi) gli scolari esumarono - o produssero - una maschera d'oro, una spada arcaica, due o tre anfore dl coccio, e il torso verdastro e mutilato d'un re, recante sul petto un'iscrizione che non s'è ancora potuta decifrare. Si scoprì in tal modo come la presenza o testimoni a conoscenza del carattere sperimentale della ricerca, costituisca una controindicazione... Le investigazioni in massa producono oggetti contraddittori; oggi si preferiscono i lavori individuali e quasi improvvisati. La produzione metodica dei hrönir (dice l'undicesimo volume) ha reso servizi prodigiosi agli archeologi. Essa ha permesso di interrogare e perfino dl modificare il passato, divenuto non meno plastico e docile dell'avvenire. Fatto curioso: i hrönir di secondo e di terzo grado - i hrönir derivati da un altro hrönir: quelli derivati dal hrön di un hrön - esagerano le aberrazioni del hrön iniziale; quelli di quinto, ne sono quasi privi; quelli di nono, si confondono con quelli di secondo; quelli di undicesimo, hanno una purezza di linee non posseduta neppure dall'originale. Il processo è periodico: Il hrön di dodicesimo grado comincia già di nuovo a decadere. Più strano e più puro di ogni hrön è talvolta l'ur: la cosa prodotta per suggestione, l'oggetto evocato dalla speranza. La gran maschera d'oro cui ho accennato ne è un illustre esempio.
Le cose, su Tlön, si duplicano; ma tendono anche a cancellarsi e a perdere i dettagli quando la gente le dimentichi. E' classico l'esempio di un'antica soglia, che perdurò finché un mendicante venne a visitarla, e che alla morte di colui fu perduta di vista. Talvolta pochi uccelli, un cavallo, salvarono le rovine di un anfiteatro.
1940, Salto Oriental
Poscritto del 1947. - Ho riprodotto l'articolo precedente come apparve nell'Antologia de la literatura fantastica, 1940, senz'altra esclusione che di alcune metafore d'una specie di riassunto burlesco che oggi risulterebbe fuori di luogo. Sono accadute tante cose da allora... Mi limiterò a farne cenno.
Nel marzo 1941, in un libro di Hinton che aveva appartenuto a Herbert Ashe, si trovò una lettera manoscritta di Gunnar Erfjord. La busta recava il timbro postale di Ouro Preto; la lettera chiariva interamente il mistero di Tlön. Il suo testo conferma le ipotesi di Martinez Estrada. La splendida storia cominciò una notte di Lucerna o di Londra, al principio del secolo XVII. Una società segreta e benevola (che contò tra i suoi affiliati Dalgarno, e poi George Berkeley) sorse per inventare un paese. Nel vago programma iniziale figuravano gli "studi ermetici", la filantropia e la cabala. A questo primo periodo risale il curioso libro di Andreä. In capo ad alcuni anni di conciliaboli e di sintesi premature, si comprese che una generazione non bastava per articolare un paese. Si decise che ciascuno dei maestri che formavano la società si sarebbe scelto un discepolo per la continuazione dell'opera. Questo ordinamento ereditario venne osservato. Poi, dopo uno iato di due secoli, la confraternita risorge in America. Nel 1824, a Memphis (Tennessee) uno degli affiliati parla con l'ascetico milionario Ezra Buckley. Quest'ultimo lo sta a sentire con un certo sprezzo, e si ride della modestia del progetto. Dice che in America è assurdo inventare un paese, e propone l'invenzione di un pianeta. A questa idea gigantesca ne aggiunge un'altra, figlia del suo nichilismo: quella di mantenere il silenzio sull'enorme impresa. Circolavano allora i venti volumi della prima Encyclopaedia Britannica; Buckley suggerisce un'enciclopedia metodica del pianeta illusorio. Lascerà al pianeta i suoi filoni auriferi, i suoi fiumi navigabili, le sue praterie solcate dal toro e dal bisonte, i suoi negri, i suoi postriboli e i suoi dollari, ma a una condizione: "L'opera non patteggerà con l'impostore Gesù Cristo". Buckley nega Dio, ma vuole dimostrare al Dio inesistente che gli uomini mortali sono capaci di concepire un mondo. Buckley muore avvelenato a Baton Rouge, nel 1825. Nel 1914 la società rimette ai suoi collaboratori, che sono trecento, l'ultimo volume della prima Encyclopaedia di Tlön. La pubblicazione resta segreta: i suoi quaranta volumi (l'opera più vasta che mai si sia compiuta dagli uomini) dovranno servire di base a una altr'opera più minuziosa, redatta non più in inglese, ma in una delle lingue dl Tlön. Questa revisione di un mondo illusorio si chiama provvisoriamente Orbis Tertius, e uno dei suoi modesti demiurghi fu Herbert Ashe, non so se come agente di Gunnar Erfjord o come affiliato. Il fatto che egli ricevette l'"undicesimo volume" sembra favorire la seconda ipotesi. Ma gli altri volumi? A cominciare dal 1942, i fatti si moltiplicarono. Ricordo con singolare nettezza uno dei primi, e mi pare che sentii qualcosa del suo carattere premonitore. Accadde in un appartamento della via Laprida, dinanzi a un chiaro e alto balcone aperto sul tramonto. La principessa de Faucigny Lucinge aveva ricevuto da Poitiers il suo vasellame d'argento. Dal vasto fondo di un cassone costellato di etichette internazionali, venivano tratti alla luce oggetti fini e immobili: argenteria di Utrecht e di Parigi con una dura fauna araldica, un samovar. Tra il vasellame - con un percettibile e tenue tremore di uccello addormentato - palpitava misteriosamente una bussola. La principessa non la riconobbe. L'ago turchino anelava al nord magnetico; la cassa di metallo era concava; le lettere del quadrante erano d'uno degli alfabeti di Tlön. Fu questa la prima intrusione del mondo fantastico nel mondo reale. Della seconda, per un caso che m'inquieta, fui ancora testimone io stesso. Accadde alcuni mesi dopo, nel bazar di un brasiliano, alla Cuchilla Negra. Amorim e io tornavamo da Sant'Anna. Una piena del fiume Tacuarembó ci obbligò a provare (e a sopportare) quella rudimentale ospitalità. Il brasiliano ci sistemò due brande cigolanti in uno stanzone ingombro di botti e di cuoiami. Ci coricammo, ma ci tennero svegli fino all'alba le escandescenze d'un vicino invisibile, che pareva ubriaco e alternava bestemmie inestricabili con frammenti di milongas: o meglio, con frammenti d'una sola milonga. Com'è naturale, attribuimmo quell'insistente baccano all'amicizia del padrone per la propria acquavite... Ma all'alba, trovammo l'uomo morto nel corridoio. L'asprezza della sua voce ci aveva ingannato: era appena un ragazzo. Nel delirio, gli erano cadute dalla cintura alcune monete e un cono di metallo lucente, del diametro di un dado. Un bambino, che volle raccogliere questo cono, non ci riuscì. Un uomo lo sollevò, ma con gran fatica. Io lo tenni in mano per alcuni minuti e ricordo il suo peso intollerabile, che perdurò anche dopo che l'ebbi lasciato. Ricordo anche il cerchio preciso che mi scolpì sul palmo. Il fenomeno d'un oggetto così piccolo e nello stesso tempo così pesante, lasciava un'impressione spiacevole, di sgomento e di paura. Un contadino propose di gettarlo nel fiume tumultuoso. Amorim lo acquistò per pochi pesos. Nessuno sapeva nulla del morto, tranne che "veniva dalla frontiera". Questi coni piccoli e pesantissimi (fatti d'un metallo che non è di questo mondo), sono l'immagine della divinità in certe religioni di Tlön.
Do qui termine alla parte personale della mia narrazione. Il resto è già nella memoria (o nella speranza, o nel timore) di tutti i miei lettori. Mi basterà di rammentare i fatti seguenti, con parole brevi che s'arricchiranno e amplieranno nel concavo ricordo comune. Nel 1944, un reporter del quotidiano "The American" (di Nashville, Tennessee) scovò in una biblioteca di Memphis i quaranta volumi della prima Encyclopaedia di Tlön. Ma si discute tuttora sulla natura della scoperta: se sia stata casuale, o se l'abbiano consentita i direttori dell'ancora nebuloso Orbis Tertius. L'ipotesi più verosimile è la seconda. Nell'esemplare di Memphis, alcuni passi incredibili dell'"undicesimo volume" (quelli, per esempio, sulla moltiplicazione dei hrönir) sono stati eliminati o attenuati; è ragionevole pensare che queste correzioni corrispondano all'intenzione di presentare un mondo non troppo incompatibile con il mondo reale. La disseminazione di oggetti di Tlön nei diversi paesi farebbe parte dello stesso piano...* Il fatto è che il "ritrovamento" ha avuto nella stampa internazionale un'eco infinita. Manuali, antologie, riassunti, versioni letterali, ristampe autorizzate e non autorizzate di questo Opus Majus del Genere Umano hanno inondato e continuano a inondare la terra. Quasi immediatamente la realtà ha ceduto in più punti. Quel ch'è certo, è che anelava di cedere. Dieci anni fa, bastava una qualunque simmetria con apparenza di ordine - il materialismo dialettico, l'antisemitismo, il nazismo - per mandare in estasi la gente. Come, allora, non sottomettersi a Tlön, alla vasta e minuziosa evidenza di un pianeta ordinato? Inutile rispondere che anche la realtà è ordinata. Sarà magari ordinata, ma secondo leggi divine - traduco: inumane - che non finiamo mai di scoprire. Tlön sarà un labirinto, ma è un labirinto ordito dagli uomini, destinato a esser decifrato dagli uomini.
Il contatto con Tlön, l'assuefazione ad esso, hanno disintegrato questo mondo. Incantata dal suo rigore, l'umanità dimentica che si tratta d'un rigore di scacchisti, non di angeli. E' già penetrato nelle scuole l'"idioma primitivo" (congetturale) di Tlön; e l'insegnamento della sua storia armoniosa (e piena di episodi commoventi) ha già obliterato quella che presiedette alla mia infanzia: già, nelle memorie, un passato fittizio occupa il luogo dell'altro, di cui nulla sapevamo con certezza... neppure se fosse falso. Sono state riformate la numismatica, la farmacologia e l'archeologia. Suppongo che la biologia e la matematica attendano anch'esse il proprio avatar... Una sparsa dinastia di solitari ha cambiato la faccia del mondo. I lavori continuano. Se le nostre previsioni non errano, tra un centinaio d'anni qualcuno scoprirà i cento volumi della seconda Encyclopaedia di Tlön.
Allora spariranno dal pianeta l'inglese e il francese e il semplice spagnolo. Il mondo sarà Tlön. Io non me ne curo, io continuo a rivedere, nelle quiete giornate dell'Hotel de Adrogué, un'indecisa traduzione quevediana (che non penso di dare alle stampe) dell'Urn Burial di Browne.


Jorge Luis Borges

Se vi interessano le implicazioni e le tematiche filosofiche e letterarie che derivano da questo breve racconto potete leggervele qui :    http://it.wikipedia.org/wiki/Tl%C3%B6n,_Uqbar,_Orbis_Tertius

venerdì 2 marzo 2012

martedì 14 febbraio 2012

Il Castello dei Pirenei, René Magritte, 1959

"Il Castello dei Pirenei" o " Le Chateau des Pyrènèes"(1959),
Olio su tela, 200,3x145 cm, Gerusalemme, Israel Museum, dono Harry Torczyner)

giovedì 3 novembre 2011

Indefinita Divisibilità, Yves Tanguy, 1942

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Yves Tanguy, Indefinita Divisibilità, Olio su tela 89x102cm, 1942
Albright-Knox Art Gallery (Buffalo, NY, United States)

lunedì 3 ottobre 2011

Paesaggio Catalano, Joan Mirò,


Catalan Landscape (The Hunter). 1923/24. Oil on canvas. 64.8 x 100.3 cm.
The Museum of Modern Arts, New York, NY, USA
File:Portrait of Joan Miro, Barcelona 1935 June 13.jpg
Joan Mirò I Ferrà a Barcellona, 1935.