martedì 19 giugno 2012

Il Carnevale di Arlecchino, Joan Mirò, 1925


Oil on Canvas, 66x90,5, Albright-Knox Art Gallery, Buffalo , USA

Mirò Compose questo quadro prima che Breton scrisse il "manifesto surrealista",
ma applica già la tecnica surrealista dell'automatismo psichico, che prevede di mettere a dura prova il corpo per permettere all'immaginazione di perdersi in visioni fantastiche e surreali.
Lo scopo dell'artista in questo quadro è proprio rappresentare una delle sue visioni.
Si riconosce qualche elemento della realtà (un gatto, un tavolo, un pesce, una scala).
Dalla finestra un triangolo nero che emerge simboleggia la Torre Eiffel;
un cerchio verde trafitto da una freccia sottile, posto su un tavolo, sta a indicare un mappamondo,
ma questi non sono altro che elementi della realtà che si trasformano dando origine alla visione.
Tutti gli oggetti sono fluttuanti, quasi come se fossero inventati.
Popolano questo ampio spazio come se fossero fantasmi.
L'autore non rappresenta più, come nel precedente "la Fattoria" del 1921, (vedere post precedente)
 la realtà visibile, ma quella del suo inconscio.
Compare ancora una volta la scala a pioli, ricorrente nelle opere di Mirò.
La scala rappresenta un trampolino di lancio che parte dalla realtà e va oltre: è la fantasia, il surreale.

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